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Molti hanno parlato della mania di Frida per gli autoritratti (circa 1/3 della sua opera) come di una sorta di terapia per la sopravvivenza, di una alienazione da sé della sofferenza e del dolore fisico, di una rimozione dell'azione devastante degli eventi esterni sul suo corpo (incidente, aborto, operazioni chirurgiche ed altri interventi con "marchingegni medici" dell'epoca).
Sicuramente Frida ha considerato il suo corpo al centro di qualsiasi riflessione, sia interna (su se stessa come donna, artista) che esterna (sugli aspetti culturali, politici e sociali del suo tempo). Sicuramente il suo corpo ferito, forato, distorto dalla tecnologia (tram) e dalle tecniche mediche del tempo era il luogo ideale per una eliminazione delle barriere tra sé/mondo: se il mondo esterno ti trapassa con un palo dalle pelvi allo stomaco il tuo corpo diventa luogo privilegiato di comprensione, di passaggio e metabolizzazione di qualsiasi evento. Rappresentare il sé diventa quindi rappresentare il mondo.
Questa rappresentazione non va però interpretata come forma di idolatria del sé. Nonostante la predilezione di Frida per gli idoli della religione messicana, spesso presenti nei suoi quadri e soprattutto nei disegni del Diario, nonostante l'impostazione di molti dei suoi quadri come "retablos", Frida non idolatra se stessa perché non si pone come l'immagine del divino, non c'é in lei tensione mistica verso l'alto, non c'é l'esaltazione della propria soggettività, né la visione di un ipotetico sé ideale.
Partendo dalla definizione di M. Perniola del feticcio che "non é il simbolo, né il segno, né la cifra di qualcos'altro, ma vale unicamente per se stesso , nella sua splendida indipendenza ed autonomia" possiamo forse azzardare l'ipotesi che Frida sia stata mossa nel rappresentare (disegnare) se stessa ed il suo corpo da un atteggiamento profondamente feticista: così il suo corpo cessa di essere un oggetto identico e fissato nella percezione del soggetto (una forma determinata) e diventa una sorta di "cosa", acquista una "straripante" universalità astratta.
Tramite questa interpretazione é possibile comprendere uno dei paradossi della Kahlo: seppur trafitta e martoriata dal mondo e dalla malattia, Frida ha sempre mantenuto una grande energia, un sorprendente dinamismo. Ciò é forse stato possibile proprio grazie al feticismo che "non adora il mondo, non si fa illusioni su di esso, eppure si pronuncia senza riserve e con la massima energia a favore di una parte, di un dettaglio... ".
Ed in realtà Frida ha fatto di vari dettagli del suo corpo altrettanti feticci, attuando una vera e propria disgregazione del sé/corpo spargendolo nei suoi quadri e disegni.
La frammentazione é evidente soprattutto nel diario, le cui pagine sono piene di corpi e parti del corpo disposti in maniera casuale, a volte abbozzati, semplicemente delineati o creati da macchie, altre volte immessi in strutture a rete dove mani, piedi, organi genitali e volti si mescolano.
Questo stile é stato spesso letto in chiave surrealista, secondo la tecnica dell'automatismo delle immagini e parole in libertà. La stessa Frida lo smentì - "Pensavano che fossi surrealista ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà." - e ci spinge ad una lettura diversa, dove questa concentrazione quasi "maniacale" sulla propria realtà diventa un "farsi cosa", attraverso l'eliminazione della distinzione tra interno ed esterno del corpo ("Le due Fride", "La colonna spezzata", "La mia balia ed io"), il confondersi con la natura, diventando a volte animale ("Il cervo ferito") altre volte pianta ("Radici"), l' inscrivere se stessa come oggetto tra gli oggetti ("Ritratto sul confine tra Messico e Stati Uniti" in cui Frida in abito rosa si erge come una statua tra oggetti che rappresentano da un lato la tradizione messicana e dall'altro il paesaggio tecnologico nord-americano).
Attraverso l'urlo visivo della scritta YO SOI LA DISINTEGRACION Frida urla IO SONO LA COSA UNIVERSALE
 My thanks to Mario Perniola for the hints I took from his book "The sex-appeal of the inorganic"
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